MUSEUM OF THE PLACENTA

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MUSEUM OF THE PLACENTA

Un edificio non convenzionale ospita al suo interno un percorso espositivo sui processi  culturali della  placenta,  da quando le com-unità primordiali, ripetendo  la struttura sincinziale,  erano come un unico organismo (le donne par-torivano insieme in unico rito e si abbandonavano al rito della placentofagia)  sino ai giorni nostri ove la placenta (il cosiddetto gemello morto) è per la sua struttura particolarissima oggetto della ricerca scientifica per la produzioni di farmaci sperimentali (le  cellule del sinciziotrofoblasto  sono un’unica membrana limitante che contiene tutti i suoi nuclei proprio come la strutture sociali primordiali).

 

Date: 2008
Status: Research 

 

La legge biologica per la quale l’ontogenesi,lo sviluppo dell’individuo,ricapitoli la filogenesi,lo sviluppo della specie,richiede un’applicazione più radicale di quella che si era data nel secolo scorso,per la quale il feto immerso nel liquido amniotico e dotato di branchie rudimentali tradirebbe l’origine marina della specie umana. In effetti la specie umana avrebbe avuto un passato notturno,invece che diurno,avrebbe usato un sistema di locomozione a quattro arti, prima di passare alla stazione eretta,e sarebbe stata perfino placentofaga (Ober,1979) prima dell’instaurarsi del dilemma ostetrico. E’ alla nascita del dilemma ostetrico e all’istituzione del Tabù della Placentofagia, infatti, che una recente teoria farebbe risalire quello che Girard ha chiamato l’evento fondatore: la nascita della cultura. Secondo Briffault (1927) il gruppo umano primordiale era essenzialmente un gruppo di madri con prole. Psicologicamente queste madri non avevano una individualità, ma erano, per dirla con Briffault, dei group-individuals. Esse concepivano se stesse come parte di un organismo più ampio: il loro gruppo. Una ferita ad ogni singolo membro della comunità era vissuta realmente, non in modo metaforico, come una ferita sul proprio corpo. Psicologicamente il gruppo umano primordiale ripeteva così la struttura sincinziale del primo gruppo di cellule capace di impiantare nell’ambiente-utero materno il prodotto del concepimento. Come le cellule del sinciziotrofoblasto avevano un’unica membrana limitante che conteneva tutti i loro nuclei, così gli individui-membri del gruppo costituivano un’unica struttura fusionale.In questo gruppo l’individualità non era concepibile e la specie umana viveva ancora immersa nella sua animale istintualità . Anche l’ecosistema era vissuto in sintonia con il gruppo umano:se l’equilibrio si rompeva(siccità, alluvioni, carestie, etc.) era il segno che si era verificata una rottura di questa simbiosi. L’umanità preistorica di questo stato evolutivo era unita da un patto istintuale, intendendo con questo, il fatto che era fasata con i ritmi lunari e strutturata come un filtro che periodicamente si rimpiattava nel territorio sfruttandone le risorse. In questo stadio di sviluppo, dunque, l’animale umano era ancora notturno e fasato con i ritmi delle stagioni e della luna. Le donne mestruavano ogni 28 giorni,come avviene ancora, ma, a differenza di oggi, mestruavano insieme e partorivano, approssivamente, nella stessa epoca. Il parto era una festa istintuale collettiva in cui il gruppo delle madri si abbandonava alla placentofagia: il mito delle Baccanti, adoratrici del lunare Dionisio, non sarebbe che una vestigia di quell’antica situazione. Questo gruppo,con il passaggio alla stazione eretta, entro’ sempre più in crisi evolutiva perchè l’uso delle mani, libere dalle funzioni locomotorie, comporto’ un forte sviluppo degli emisferi cerebrali ed un conseguente aumento della scatola cranica, cui si accompagno’ una progressiva riduzione dei diametri del canale del parto, causato dal cambiamento delle ossa del bacino. Il dilemma ostetrico si riassume dunque in questi termini: come farà un feto con la testa sempre più grande ad emergere da un canale del parto sempre più stretto? L’ipotesi che è stata fatta è che il parto umano sia diventato una vicenda sempre più rischiosa e che i frequenti decessi per parto abbiano stimolato potentemente la psiche delle madri sgretolandone la fasatura con la notte e la luna: degli antichi bioritmi sarebbe sopravvissuta la durata del ciclo mestruale, 28 giorni, e cioè un mese lunare, mentre anche la durata della gravidanza si sarebbe ridotta, come dimostrano alcuni studi recenti. La catastrofe del patto lunare avrebbe sfalsato l’equilibrio istintuale tra ecosistema e specie umana, tra individuo e gruppo, tra psiche e soma. La mente dell’uomo non si sarebbe più sentita  “di casa” nel corpo, l’individuo non si sarebbe sentito “group-indivual”, la coscienza si sarebbe differenziata dall’inconscio e si sarebbe aperto il conflitto tra natura e cultura, tra istintualità e volontà umana. Nelle mente delle madri si sarebbe formato il primo nesso associativo attribuendo la catastrofe al pasto placentofago. Istituendo il tabù della placentofagia ed inventando dei rituali placentari che rendevano la placenta immangiabile, o in alcuni casi, ne regolavano il pasto, il gruppo delle madri avrebbe tentato di esorcizzare l’angoscia del parto. Il parto rischioso, individuale e diurno della donna bipede veniva esorcizzato, ritrovando la collettività, attraverso un rito che tutte le madri dovevano esorcizzare e da cui sarebbero scaturiti i primi culti lunari-placentari. La placenta usciva dal circuito istintuale dell’oralità per diventare il primo tabù, il primo sacro di un gruppo di madri che incominciava ad umanizzarsi e ad umanizzare l’umanità: i propri figli. Occorrerà citare Briffault: “In Uganda la placenta dei re erano oggetto di una cura straordinaria al punto che dei templi venivano eretti apposta per la loro preservazione. Alla luna nuova la placenta reale veniva portata fuori, esposta ai suoi raggi ed unta con burro. Un importanza persino maggiore sembra essere stata attribuita alla placenta reale nell’antico Egitto. Essa era identificata con la luna ed era di fatto considerata come la sede dell’immortale anima celeste, o Ka, che derivava dalla luna”.

La fortuna di chi “nasce con la camicia” ha un nesso con la pratica del culto aristocratico della placenta. Probabilmente alcuni di noi, e certamente chi ha qualche anno in più, è in grado di raccontare la storia sulla sorte che è toccato al proprio gemello morto: la placenta. Forse gettata in un fiume o sotterrata in fretta ai piedi di un albero o semplicemente e inconsapevolmente divenuta prodotto di cosmesi. Storie sempre più sopite nelle nuove generazioni, come il ricordo dei parti in casa. Eppure l’ospedalizzazione del parto è un fenomeno recente parallelo all’accentuarsi di una “medicalizzazione” dell’evento della nascita, che ha trasformato un evento puramente fisiologico in qualcosa di patologico. D’altro canto è indubbio che questa medicalizzazione è pienamente giustificata quando va a prevenire o correggere situazioni  potenzialmente dannose. Ma questo non giustifica il clima  interventistico delle sale operatorie e delle condizioni in cui in genere si verifica la nascita. Forse le angosce che comunque  accompagnano il parto , anche se diverso dal parto rischioso, individuale della donna bipede di un tempo, possano essere esorcizzate, così come migliaia di anni fa, ritrovando la collettività, attraverso un “rito” che tutte le mamme sperimentino  in un “nuovo spazio”. Un luogo dove poter nascere, come una piazza, per ritrovarsi, o un tempio per pregare, ove tutti i processi naturali, medicali, psicologici che presiedono alla maternità siano rispettati il più possibile, è un occasione nuova. Sentire il bisogno di vivere la maternità in un nuovo luogo, diverso dalla realtà di un ospedale, non va letto come atteggiamento di insofferenza e di semplice allontanamento dalla realtà  della sofferenza, ma risponde alla  necessità  di rivivificare la consapevolezza di un avvenimento straordinario.Un  architettura  per celebrare un rito antico, ove si sperimenti la solidarietà  di altri uomini e altre donne, ove l’esperienza del parto sia solo un episodio di una storia, che nasce dalla cultura della vita. 

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